Quella che segue è la seconda parte dell’intervista doppia realizzata agli autori di Curarsi con la candeggina? dalla redazione di ilmiolibro, dove è stato pubblicato per la prima volta il manuale d’uso del Metodo.

Dottor Ruffini, lei è medico ematologo, ci può raccontare brevemente la sua formazione?
“Dopo aver vissuto in collegio fino ai 16 anni, grazie al dottor Giroldi di Varese, medico dentista, trovai lavoro come garzone tuttofare nel suo studio dentistico. Da lì inizia ad appassionarmi a quel mondo e intrapresi gli studi da odontotecnico. Terminato questo ciclo maturai il desiderio di dedicarmi alla cura del prossimo e compii la scelta di iscrivermi alla facoltà di Medicina di Milano. Successivamente mi specializzai a pieni voti in Ematologia clinica e di laboratorio all’Università degli studi di Pavia sotto la guida del professor Edoardo Storti. Lavorai come chirurgo in ospedale a Tradate (VA) e, successivamente, ho svolto per 35 anni la professione di medico dentista. Dal 1991 mi dedico anche alla libera ricerca. Oltre al Metodo Ruffini, che è un trattamento topico, sto ultimando il Metodo Ruffini 2, che invece sarà di tipo sistemico”.
Ecco, a tal proposito, ci può spiegare brevemente cos’è il Metodo Ruffini e come è nato?
“Il Metodo Ruffini è un trattamento dermatologico ad uso topico di ipoclorito di sodio (NaOCl) tra il 6% e il 12%. Possiamo dire che sia nato nel 1991, quando, durante lo svolgimento del mio lavoro ambulatoriale accidentalmente una goccia di ipoclorito di sodio al 5% (già in uso in campo odontoiatrico ma limitatamente ad uso specifico) cadde sopra un’afta. Notai un netto e veloce miglioramento certamente inatteso a quel tempo. Da lì iniziai a studiare la molecola e giunsi, infine, nel 1996, a formulare domanda di deposito brevettuale, che ottenni l’anno successivo”.
Come si pone la medicina tradizionale e il mondo scientifico rispetto a questo metodo?
“Dalla mia esperienza posso dire che l’ipoclorito di sodio sia stato accantonato e relegato a mero strumento di igienizzazione per ambienti domestici (come la ben nota candeggina). Evidentemente, però, deve essere sfuggito ai ricercatori il senso più profondo che soggiaceva alla funzione igienizzante, perché altrimenti non si spiega come non esistessero brevetti specifici ad un uso terapeutico. Spesso sono stato deriso o combattuto aspramente, uno scetticismo del mondo accademico che indica quanto esso debba ancora riflettere sulla enorme portata terapeutica di tale scoperta”.
Quali sono le principali patologie che il Metodo Ruffini cura?
“Tutte le patologie cutanee (umane e veterinarie) ad eziologia virale, micotica, microbica, protozoaria o parassitaria. Tra le principali si possono certamente citare la candida albicans, l’herpes (1, 2 e 3), tutte le tinee, il piede diabetico infetto (non ischemico), l’Hpv (sul papillomavirus il Metodo Ruffini è rivoluzionario in quanto si rivela essere terapeutico e non preventivo)”.
Come si applica e come agisce il Metodo?
“Di solito si applica col polpastrello, senza sfregare, si tiene per qualche decina di secondi e si sciacqua con soluzione fisiologica o acqua di rubinetto. I tempi e le concentrazioni richieste variano a seconda della resistenza dell’agente patogeno e della localizzazione: ad esempio necessita una concentrazione più elevata sulla pelle e più bassa (di norma è sufficiente al 6%) per le mucose. L’ipoclorito di sodio, a contatto con la parete cellulare del microrganismo, forma l’acido ipocloroso (HOCl), il vero principio attivo del Metodo. Questo disgrega la membrana o la parete cellulare scindendo i legami idrogeno e, quindi, arriva al cuore del patogeno, distruggendone perfino il dna, impedendo così a virus, batteri, protozoi e funghi di riformarsi. Quanto ai parassiti, invece, li ‘soffoca’ penetrando al loro interno. L’ipoclorito di sodio si è rivelato poi anche capace di stimolare la rigenerazione della membrana extracellulare, tornando utile in caso di scottature domestiche e ferite da taglio. Infine, riesce a neutralizzare i veleni di insetti, meduse o piante urticanti”.
Recentemente è uscito il volume: “Curarsi con la candeggina? Guida pratica al Metodo Ruffini”, a chi si rivolge?
“È il primo manuale del Metodo, la guida ufficiale, scritta da me e dal giornalista Valerio Droga. Il titolo vuole essere provocatorio proprio per la principale derisione di cui spesso il sottoscritto e il metodo Ruffini siamo stati oggetto: in alcuni ambienti sono stato definito “il medico candeggiante”! La candeggina è sì composta da ipoclorito di sodio (al 4-5%, quindi comunque a percentuali inferiori) ma non è soltanto ipoclorito di sodio. Il libro vuole essere sia un valido supporto tecnico al medico sia una pratica guida da tenere sempre in casa, si rivolge infatti sia agli specialisti sanitari che alla gente senza particolari conoscenze di medicina, ma non per questo vuole promuovere il fai da te, tutt’altro! La figura del medico resta centrale, innanzitutto per effettuare la diagnosi e, in alcuni casi, anche per l’applicazione vera e propria”.
Perché, secondo lei, le case farmaceutiche non investono su questa molecola?
“L’ipoclorito di sodio è una molecola comune, cioè non di nuova sintesi, quindi non brevettabile (io ho brevettato il Metodo, non certo la molecola, e comunque solo per il riconoscimento della paternità e non per lo sfruttamento economico): quale casa farmaceutica investirebbe capitali per mettere in commercio un medicinale che tutti possono acquistare a pochi euro al litro? Un medicinale, peraltro, che potrebbe sostituire molti altri farmaci più specifici, visto che può trattare oltre cento patologie! Non possiamo biasimarle: i test per fare entrare una molecola nell’olimpo dei medicinali riconosciuti è lungo e molto costoso e qualsiasi azienda, fosse pure votata al miglioramento della salute, cercherebbe quantomeno un recupero delle spese sostenute”.
Quindi non c’è speranza?
“La speranza viene dagli stessi cittadini, che pretendano sempre più di essere informati e consapevoli delle cure cui si sottopongono, ma anche dai medici. La Convenzione di Helsinki tutela proprio la libertà del medico, col consenso informato del paziente, di avvalersi di metodi nuovi che possano, a suo giudizio, “salvare la vita, ristabilire la salute o alleviare la sofferenza”, qualora non ci siano alternative o i metodi comprovati si rivelino inefficaci. Per fortuna, anche grazie al potere divulgativo del web (di cui si è occupato in tutti questi anni mio figlio Paolo) e alla grande economicità del prodotto, sempre più gente ha avuto modo di testarlo e, quotidianamente, arrivano numerosissime testimonianze, che pubblichiamo sulla pagina Facebook. Nello stesso tempo, sempre più medici si sono approcciati al Metodo abbandonando ogni scetticismo iniziale, riconoscendo quello che io sostengo dal 1991. Fanno da cornice gli oltre 700 studi scientifici che in questi anni si sono affastellati sulla validità dell’ipoclorito di sodio in più campi terapeutici”.
Dove è possibile reperire ulteriori informazioni sul Metodo Ruffini?
“Come accennavo c’è la pagina Facebook, ma certamente il sito ufficiale è un buon punto di inizio: www.metodoruffini.it “.
Biografia
Gilberto Ruffini è nato a Varese. È medico chirurgo specializzato a pieni voti in Ematologia clinica e di laboratorio all’Università degli studi di Pavia sotto la guida del professor Edoardo Storti. È iscritto all’Ordine dei medici di Varese col numero 02161. Svolge da oltre 40 anni la libera professione medica e, dal 1991, ha affiancato alla professione sul campo anche l’attività di ricercatore scientifico. Dopo circa cinque anni di studi, nel 1996, ha chiesto e ottenuto il brevetto per il Metodo Ruffini, terapia dermatologica da lui messa a punto. Ha sempre nutrito una forte visione etica del proprio mestiere e, dal 2008, ha messo in rete il Metodo, donando all’umanità il prezioso strumento di aiuto senza aver chiesto mai nulla in cambio.